Accento o pronuncia: quale conta davvero per essere fluenti

7 Giugno 2026 Valentina
Accento o pronuncia quale conta davvero per essere fluenti

Nel mio articolo precedente avevo promesso di tornare su questo tema. Eccomi.

Avete mai visto una scuola di lingue pubblicizzare corsi con la promessa “sound like a native”? Capisco l’appeal. Suona bene, letteralmente. Ma quella promessa nasconde una confusione molto comune, e per certi versi molto comoda, tra due concetti che non sono la stessa cosa: accento e pronuncia.

Prima di tutto, chiariamo i termini

La pronuncia riguarda la correttezza fonetica: la capacità di produrre i suoni di una lingua in modo riconoscibile e comprensibile. Sapere che la “th” di “think” non si pronuncia come una “f”, che la vocale di “ship” è diversa da quella di “sheep”, che certi suoni semplicemente non esistono in italiano e vanno appresi con consapevolezza. Questa è pronuncia. Si può insegnare, si studia, si migliora con il tempo e con il metodo giusto.

L’accento è qualcosa di diverso. È l’insieme delle caratteristiche fonetiche che rivelano la provenienza geografica o culturale di chi parla. Un australiano, un giamaicano e uno scozzese parlano tutti inglese perfettamente. I loro accenti sono riconoscibilissimi, a tratti quasi incomprensibili tra loro alla prima esposizione, e nessuno dei tre sta parlando un inglese “sbagliato”. Hanno semplicemente accenti diversi.

Pronuncia = chiarezza e comprensibilità dei suoni. Si insegna, si lavora, si migliora.

Accento = identità fonetica di chi parla. Non è un difetto da correggere.

E allora, quanto conta l’uno e quanto l’altro?

La pronuncia conta moltissimo, e su questo non transigo. Una pronuncia imprecisa può ostacolare la comunicazione, generare malintesi o rendere faticoso l’ascolto per chi ci sta davanti. È uno degli obiettivi centrali di qualsiasi buon percorso linguistico, e un docente serio, madrelingua o bilingue, deve saperci lavorare con metodo e precisione.

L’accento è un’altra storia. La ricercatrice Jennifer Jenkins (2000) ha dimostrato, nel suo lavoro fondamentale sulla fonetica dell’inglese come lingua franca, che la comprensibilità reciproca dipende dalla padronanza dei suoni di base, non dall’assenza di accento straniero. In parole povere: non serve “suonare” come un madrelingua, serve essere capiti. E sono due cose molto diverse.

Munro e Derwing (1995) vanno ancora più in profondità, distinguendo tra accento straniero, comprensibilità e intelligibilità. Le loro ricerche mostrano che si può avere un accento straniero molto marcato ed essere comunque perfettamente comprensibili. Il contrario, purtroppo, è altrettanto vero: si può avere una pronuncia scivolata e velocissima che suona “nativa” ma che risulta incomprensibile a chi non condivide quel preciso contesto culturale.

Detto questo, torno al punto di prima: vendere corsi con la promessa di far “suonare” gli studenti come madrelingua non è solo fuorviante dal punto di vista didattico. È anche, in un certo senso, mancare di rispetto all’identità linguistica di chi studia. Il vostro accento italiano non è un errore. È parte di voi. L’obiettivo realistico e utile è una pronuncia chiara, non la cancellazione delle vostre origini.

Gli attori ce lo spiegano meglio di qualsiasi manuale

Pensate a Christian Bale, gallese, che per vent’anni ha interpretato personaggi americani così convincentemente che molti non sapevano nemmeno fosse britannico. O a Cate Blanchett, australiana, capace di passare da un accento all’altro con una naturalezza disarmante. O a Meryl Streep, che ha affrontato accenti britannici, polacchi e danesi ciascuno studiato con precisione quasi scientifica. E poi Daniel Day-Lewis, londinese, che ha interpretato americani e irlandesi indistinguibili dai madrelingua, per poi tornare al suo accento di origine non appena usciva dal personaggio.

Quello che questi attori fanno non è cancellare la propria identità fonetica. È acquisire una pronuncia funzionale al contesto, con studio, tecnica e un obiettivo preciso. E notate che nessuno di loro, fuori dal set, parla con un accento che non è il suo.

E poi c’è l’altro lato della questione: gli accenti anglofoni tra loro sono talmente diversi da mettere in crisi l’idea stessa di un inglese “standard”. L’inglese del Texas, quello di Glasgow, quello di Lagos e quello di Auckland sono tutti inglese nativo. Provate a farli ascoltare a uno studente al primo anno di corso e chiedetegli qual è quello “giusto”. La domanda, semplicemente, non ha risposta.

Cosa mi porto a casa da tutto questo?

Come docente, lavoro sulla pronuncia con attenzione e metodo, perché la chiarezza comunicativa è un obiettivo reale e raggiungibile. Non inseguo un accento specifico come se fosse l’unico accettabile, e soprattutto non trasmetto ai miei studenti l’idea che il loro accento di origine sia qualcosa di cui vergognarsi.

Un italiano che parla inglese con pronuncia chiara e buona padronanza della lingua comunica benissimo con chiunque nel mondo, con o senza accento riconoscibile. Ed è, a tutti gli effetti, un parlante competente.

Il pregiudizio sull’accento ci dice molto di più sulle nostre aspettative culturali che sulla qualità linguistica di chi parla. Vale per gli studenti. Vale per chi sceglie un docente. E, permettetemi di dirlo, vale anche per chi costruisce la propria proposta didattica intorno a promesse che la ricerca non supporta.

Riferimenti

Jenkins, J. (2000). The Phonology of English as an International Language. Oxford University Press.

Munro, M. J. & Derwing, T. M. (1995). Foreign accent, comprehensibility, and intelligibility in the speech of second language learners. Language Learning, 45(1), 73-97.

Seidlhofer, B. (2011). Understanding English as a Lingua Franca. Oxford University Press.

Lippi-Green, R. (2012). English with an Accent: Language, Ideology and Discrimination in the United States. Routledge.

#pronuncia #accento #insegnamentolingue #linguafranca #ELT #glottodidattica #learnenglish #formazionedocenti